Rassegna settimanale del cinema (1945-1946)

Nonostante la sua breve esistenza, esauritasi nel giro di due annate soltanto, Cinetempo rappresenta una delle iniziative fondamentali per comprendere i processi di riallineamento politico e geografico dell’editoria (cinematografica e non) negli anni che vedono la fine del conflitto e il crollo del regime fascista. Già a partire dal 1944 molte delle ex firme attive sui fogli del Guf e i componenti del “gruppo di Cinema”, che da un anno ha sospeso le pubblicazioni, si troveranno schierate su un duplice fronte: quello della vecchia Film diretta da Mino Doletti, che dopo l’arrivo di Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani e Massimo Mida verrà ribattezzata Film d’Oggi, e quella appunto della “nuova” Cinetempo, sorta alla redazione del Corriere in via Solferino e che conta nelle sue fila Michelangelo Antonioni, Gianni Puccini, Glauco Viazzi e Guido Guerrasio come capo-redattore. Si aggiunga poi l’analogia nella scelta delle grafiche d’impaginazione del giornale con altre realtà editoriali dello stesso periodo, confermata molti anni dopo da Viazzi come “tratto tipico, questo, dell’editoria indipendente milanese di quegli anni dato che era Albe Steiner, assieme allo stesso [Luigi] Veronesi e a Max Huber a curar la grafica delle edizione della Rosa e Ballo e ch’era un altro costruttivista proveniente da ‘Domus’ e da ‘Campo grafico’, Remo Muratore, a dare veste grafica al settimanale ‘Cinetempo’, fatto da Guido Guerrasio prima, da Ugo Casiraghi poi (donde la parentela, anche ideologica, di quelle impaginazioni, di quelle copertine, con l’impostazione Bauhaus-Lef)”.[1]

Anche sotto il profilo estetico, Cinetempo è componente integrante di quella “rinascita milanese” che comprende le coeve iniziative editoriali della Biblioteca Cinematografica Il Poligono e della Cineteca Domus, anch’esse risultato del riposizionamento di critica e culture cinematografiche nate nella prima metà del decennio.

Tornato a Milano a pubblicazioni già avviate, Casiraghi subentrerà a Guerrasio come caporedattore soltanto nell’agosto del 1946, tre numeri prima della chiusura. Più consistente il suo contributo come firma (inaugurato ancora nel nome del cinema francese) e che conta, oltre alla ripresa dei motivi militari in Un film per il reduce e al bilancio sui primi cinquant’anni di cinema di 28 Dicembre 1895 – 28 Dicembre 1945, in alcuni momenti particolarmente indicativi della transizione: si guardi, per esempio, Risposta a Massimo Mila, intervento in difesa di Carlo Lizzani, reo di aver sostenuto[2] l’esigenza di una cinematografia italiana con toni, a dire del musicologo torinese, troppo vicini alla retorica nazionalista. Nel dimostrare la “serietà” del collega, Casiraghi deve ricordarne gli illustri precedenti “sulla rivista fascista ‘Cinema’, diretta da Vittorio Mussolini: articoli e propositi tutt’altro che fascisti, se pure, nelle argomentazioni, necessariamente adeguati ai tempi che correvano e ai direttori di giornali che ‘imperavano’. Una ragione, quella del “fascismo per necessità”, destinata a venire evocata più volte dai protagonisti di quella stagione, decisi a rivendicare ogni istanza di rinnovamento estetico come il frutto di una lotta sotterranea, iniziata in tempi non sospetti.

ARTICOLI

  • Contatti: Dobit e Carnè (v. I, n. 3, 13 sett 1945, p. 4)
  • Elogio dell’attore Blanchar (v. I, n. 7, 11 ott 1945, p. 8)
  • Processi (da “I Film della Settimana” (v. I, n. 8, 18 ott 1945, p. 4)
  • Un film per il reduce: vogliamo vedere ‘La Grande Illusion’ (v. I, n. 9, 25 ott 1945, pp. 6-7)
  • Risposta a Massimo Mila (v. I, n. 12, 22 nov. 1945, p. 2)
  • 28 dicembre 1895 – 28 dicembre 1945 (v. I, n. 16, 27 dic 1945, p. 2)
  • Due prefazioni a due monografie di cinema (v. II, n. 17, 3 gen 1946, pp. 4-5)
  • Le fanciulle delle follie, da “I Film della Settimana” (v. II, n. 18. 17 gen 1946, p. 10)
  • Posizione verso il cinema italiano (v. II, n. 19, 24 gen 1946, pp. 2-3)
  • Canto ma sottovoce (da “I Film della Settimana”) (v. II, 31 gen 1946, p. 11)

NOTE

[1] G. Viazzi, “Poligono editrice e mancata ripresa del politecnico”Belfagor , V. 33, N. 2, 31 Marzo 1978, p. 213.

[2] C. Lizzani, “L’Italia  deve avere il suo cinema”, Il Politecnico, vol. I, n. 3, Ottobre 1945.